Immagine in movimentoEmma, in un dipinto di Jane Austen

Roberta Vinaccia12 Gennaio 20221294 min

Sebbene manchi dell’intensità dell’Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright e della profondità del Ragione e sentimento di Ang Lee, la terza trasposizione cinematografica del romanzo austeniano Emma ha non pochi meriti, primo fra tutti l’aver sostituito le due versioni che l’hanno preceduto (in maniera a tratti anche originale). In questo suo debutto alla regia cinematografica, la fotografa statunitense Autumn de Wilde si concentra senza dubbi sull’estetica, su un’apparenza significante che la mantiene però in bilico sulla superficie per la maggior parte del tempo, rifiutando, almeno per tutta la prima parte, di mostrarci quel qualcosa in più dei personaggi che affiorerà solo parzialmente nell’ultima parte e nell’epilogo.

Si potrebbe parlare di un cinema fotografico, museale, in cui, come se fossero opere d’arte, si sceglie di incorniciare scenografie curatissime, carrozze, statue, tavolini da tè, colline, attraverso studiate inquadrature simmetriche, esaltate in questo caso dalla perfezione dei costumi creati da Alexandra Byrne. In fin dei conti quello che emerge è un quadro (letteralmente!) convincente, consapevolmente spensierato, con una protagonista femminile che ricalca l’eroina del romanzo con una sua spiccata personalità. Emma rappresenta forse, nell’universo dei personaggi femminili della Austen, quel sogno impossibile di rivalsa, tutto giovanile, del veder realizzarsi delle “unioni incredibili”, eppure è trattata molto duramente dall’autrice stessa che la coglie continuamente in fallo: questo sogno alto è in realtà finalizzato in buona parte alla sua soddisfazione personale. Ne viene fuori un personaggio a tratti ambiguo (di cui abbiamo apprezzato l’interpretazione), che si scontra con la realtà del mondo, che paga finalmente per i suoi errori.

E anche se forse non riusciamo a cogliere in toto lo spirito profondo del microcosmo austeniano otteniamo comunque un bel dipinto, che si apprezza quanto più riesce a rimanere fedele ad una modalità di leggerezza, un piccolo film che non si prende troppo sul serio ma che allo stesso tempo non svaluta i drammi relazionali e quelli della solitudine, e soprattutto non gira intorno agli “scomodi incontri” tra classi sociali espressi da dialoghi a nostro avviso ben consendati, liberi da paternalismi e scevri di toni pietistici, piuttosto azzeccati dunque nell’avvicinarsi allo stile della Austen senza usare il libro come una sceneggiatura.

 

 

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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