Immagine in movimentoUn silenzio nella testa. Sound of metal.

Roberta Vinaccia7 Novembre 20211924 min

Un musicista che perde l’udito, l’incubo più grande, la fine di un’esistenza e forse l’inizio di un’altra. Sound of metal racconta la paura e l’ostinazione con una grazia speciale, e ci porta inconsapevoli dentro alla storia di Ruben senza lasciarci andare per molto tempo.  Il film d’esordio di Darius Marder ci mostra così la vicenda di un batterista che si trova improvvisamente a diventare non udente, attraverso un alternarsi di pieni e di vuoti, un montaggio sonoro estetico, di livello altissimo, intenzionato forse inizialmente a sottolineare più l’aspetto, la superficie dell’opera, ma che diventa poi passaggio diretto verso l’interiorità del protagonista con il quale è impossibile non istaurare un legame. La sordità, con i suoi segni e le sue parole silenziose, si sostituisce alla musica, al ritmo della batteria, al rassicurante rimbalzare delle casse, al tour tanto atteso e anche all’amore salvifico che nel momento in cui si allontana, pur pieno di promesse, ci fa comprendere che non potrà tornare. 

L’esperienza nella comunità di non udenti rappresenta, oltre alla riscoperta di un mondo interiore sconosciuto, un viaggio al contrario, in cui ciò che Ruben voleva e identificava come obiettivo indiscutibile si trasforma in quello che già dall’inizio non avrebbe potuto né dovuto desiderare, aggrappandosi ad una speranza che più cresce e più diventa vana, definitiva e ancor più terribile ma allo stesso tempo consolante e cristallina proprio nel suo mostrarsi, alla fine.

Nel film, vincitore non a caso dei premi Oscar per il miglior montaggio e il miglior sonoro, l’interpretazione di Riz Amed è concreta e potente, e riesce a portarci nella particolare soggettiva del personaggio data dall’orecchio e a sostenerci nei momenti più dispersivi (pochi) del racconto. Non conosceremo del tutto la scelta finale di Ruben ma possiamo immaginare che dentro di lui sia cresciuta una consapevolezza, quella in cui è la sordità, il viaggio stesso, quel silenzio giusto e mai metallico, a trasformarsi nella vera meta finale.

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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