Immagine in movimentoLa mia classe: la vita che si confonde con il cinema

Roberta Vinaccia28 Maggio 20201226 min

Nel quartiere multietnico del Pigneto, a Roma, si gira un film ambientato in una scuola. La classe del professor Attanasio è composta da studenti stranieri di tutte le età, che sono lì per imparare la lingua italiana e mantenere così il permesso di soggiorno. Le riprese cominciano con alcune scene più leggere; gli studenti scrivono frasi alla lavagna, fanno esercizi a voce, simulano dialoghi, raccontano le loro vite, finché non ci accorgiamo che l’unico vero attore è Valerio, il docente, e che la finzione è concentrata unicamente nel suo personaggio. Tutti gli altri sono davvero donne e uomini immigrati in Italia. Il registro dunque si sdoppia: le riprese e i dietro le quinte della produzione si uniscono alle testimonianze reali. La storia continua quindi a viaggiare separatamente su questo doppio binario, fino a raggiungere il culmine con l’episodio di Shady, un ragazzo egiziano, a cui non viene rinnovato il permesso di soggiorno. Come vedremo si tratta del momento in cui la cronaca entra prepotentemente nella finzione. Il professore, che ne frattempo scopre di essere malato, permette al giovane di continuare a seguire comunque le lezioni, sperando di trovare poi una soluzione.

La storia di Shady non è inventata. Un attore del cast si è trovato davvero nella condizione di non poter più recitare, ed è questo il momento in cui tutta la troupe si trova di fronte ad un inaspettato e mai più concreto bivio: il film può continuare? O è meglio smettere? Nella finzione il professor Attanasio permette a Shady di seguire le lezioni anche senza permesso, mentre nella realtà un altro ragazzo, Issa, non può recarsi sul set senza i documenti. Il regista stesso compare nel film cercando di riprendere le redini della storia, di intuire la volontà dei ragazzi che recitano e che, al contempo, reclamano veramente giustizia. Impossibile uscire indenni dalla situazione che si è creata; l’impasse è evidente e anche Valerio dubita seriamente che ciò che stanno facendo serva davvero a qualcosa, mentre la classe “insorge” per quello che sta accadendo a Issa.

Dopo l’intervento in prima persona del regista la storia continua, attori e produzione decidono di andare avanti con il film. Shady viene arrestato come clandestino e, condannato a tornare in patria, decide di togliersi la vita in cella. Lo vediamo mentre l’aiuto regista gli spiega come usare la cintura dei pantaloni per la scena del suicidio (che poi non sarà mostrato direttamente). Le lezioni in classe continuano ma senza l’iniziale entusiasmo. L’attualità e la delicatezza della storia raggiungono l’apice nel monologo di Valerio/professor Attanasio seduto alla cattedra. Issa viene trovato senza documenti e portato via dai poliziotti.

L’entrata della realtà in questo film è un avvenimento necessario. Il film racconta una storia tra le storie, e una burocrazia sorda, difficile come una vicenda per niente lineare, una narrazione frammentata tra fiction e documentazione. L’opera sfugge a tutte le classiche definizioni ed esige un occhio molto attento. La fine della separazione tra campo e fuoricampo sancisce un terzo stato visibile, derivante da due situazioni inscindibili, nonché una vera e propria presa di posizione contro un sistema non condiviso, incomprensibile. Il monologo finale di Valerio così si conclude: “Scappo verso casa e spero che il cane vada via, invece quando mi chiudo la porta alle spalle lo sento ancora gridare, gridare che sono un traditore”. Forse si potrebbe davvero fare qualcosa di più.

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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