Immagine in movimentoAspettando di tornare al cinema

Roberta Vinaccia26 Marzo 20202304 min

Il cinema è anche una pratica di soddisfazione affettiva, come tutti avremo avuto modo di sperimentare. Perché un film colpisca nel segno occorre che dia allo spettatore un certo appagamento e che vengano gratificati, nelle condizioni protette della sala cinematografica, i nostri fantasmi inconsci. Come scrive Metz “il film è un’assenza di realtà che si propone ai nostri sensi come una presenza di realtà”. Il reale si mostra sotto forma di ombra e lo spettatore è chiamato a ricostruire qualcosa che appartiene al passato perché il film è stato girato sempre prima, e lo fa attraverso le regole imposte dalla percezione, dando valore alle sequenze tramite il montaggio e gli altri elementi che costituiscono il cosiddetto fatto filmico.

Da quando il cinema ha visto la luce il pubblico ha imparato a costruire con esso un rapporto empatico. Nella sala di proiezione il fruitore si pone come soggetto scopico e soggetto sociale; l’individuo crea una nuova comunità e chi guarda si confonde con l’ambiente, pur mantenendo la propria posizione. Lo spettatore si avvicina maggiormente al film in certi momenti, ad esempio quando gli attori compaiono in primo e primissimo piano, ma anche quando si vedono dei dettagli; la relazione diventa più stretta e il dramma e la gioia del personaggio sono quelli di chi guarda, in un contatto quasi fisico.

Gli spettatori delle origini consideravano il primo piano qualcosa di irreale e mostruoso, delle teste gigantesche paurosamente staccate dai corpi. Abbiamo perso quella capacità di meravigliarci, eppure ancora oggi i primi piani rimangono difficili da interpretare, determinando anche una prossimità psichica. Inconsciamente rimandano alla visione sconvolgente dei primordi cinematograficiE quando l’attore guarda in camera? Le cose si complicano ancora di più. In generale possiamo dire che quando vengono usate tecniche particolari chi guarda il film si sente chiamato in causa in misura maggiore. Egli estende la sua partecipazione cinematografica.

Durante il film dimentichiamo l’artificio della finzione e siamo puro atto del vedere. Vivere un film al cinema è in un certo senso una questione di dimensioni, ma anche qualcosa che riguarda il nostro inconscio che si osserva in uno spazio buio, “proibito”; non da ultimo si tratta di una condivisione, nonché della creazione di una collettività. E non veniteci a dire che guardare un film sul divano di casa, nello schermo del vostro pc, fa lo stesso.

Twin Peaks: Fire Walk with Me, David Lynch (1992)

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

https://www.immaginepersistente.it/wp-content/uploads/2019/01/immagine-persistente-logo-header@2x-1.png
I nostri canali social

Immagine Persistente, 2020 © Tutti i diritti sono riservati