Immagine in movimentoLa rosa purpurea del Cairo: dentro e fuori da un film

Roberta Vinaccia9 Gennaio 20202445 min

Anni trenta. Grande depressione. Cecilia, succube di un marito dispotico e fannullone che la tradisce, lavora nel ristorante di un piccolo paesino del New Jersey e ha sempre la testa fra le nuvole: il cinema e i divi di Hollywood sono l’unico svago nella sua grigia esistenza. Al cinematografo arriva un nuovo film, “La rosa purpurea del Cairo“, a cui Cecilia assiste innumerevoli volte. Durante l’ennesima proiezione accade l’incredibile: Tom Baxter, l’avventuroso poeta esploratore in soggiorno a New York, il personaggio del film interpretato dall’attore emergente Gill Sheperd, nota Cecilia fra gli spettatori e decide di uscire dallo schermo per stare con lei. Mentre i due scappano per nascondersi, le sale cinematografiche piombano nel caos.

Questo film di Allen ha senz’altro il merito di aver trattato ed esemplificato con leggerezza ed ironia alcune importanti questioni riguardanti l’attore, il suo rapporto con lo spettatore e il cinema nell’epoca del consumismo. I sei personaggi del film dentro al film, oltre a richiamare inevitabilmente i personaggi pirandelliani, mettono in mostra la “perdita dell’aurea” teorizzata da Benjamin. Il personaggio Tom e l’attore Gill incarnano la cosiddetta caduta attoriale, avvenuta in un momento cruciale per il cinema, e rappresentano la perdita della sacralità dell’opera d’arte: Tom decide di avventurarsi nella vita vera, sentendosi ingabbiato dentro una storia che non gli appartiene, Gill Sheperd è interessato soltanto alla carriera e alla fama, cosa che lo porta a ingannare Cecilia senza scrupoli. Le maschere rimaste nella pellicola iniziano dal canto loro a parlare col pubblico in sala; due mondi opposti e normalmente ben distinti entrano in contatto ed effettuano una sorta di livellamento. Ciò che da sempre si era trovato su un gradino più alto dialoga improvvisamente con il terreno, l’umano. L’arte, quella stessa arte nata in virtù della religione (nel senso più ampio del termine), e legata dall’epoca preistorica al concetto di sacralità, si piega al cospetto della modernità e del nuovo tipo di società consumistica per entrare nella vita vera, sospinta dalla cultura di massa. La critica di Allen è diretta anche al modo di fare cinema negli Stati Uniti e ad un certo tipo di pubblico. Nella scena in cui Tom porta Cecilia dentro alla pellicola, il sorpreso cameriere del Copacabana comprende a un tratto di essere veramente libero, non avendo più l’obbligo di seguire la claustrofobica trama può mettersi a fare quello che gli piace davvero, ballare il tip tap.

Il pubblico è totalmente spiazzato. Il disagio deriva da una narrazione che non risponde alle aspettative. C’è chi vuole indietro i soldi del biglietto, mentre il meccanismo economico a cui il film deve sottostare è ben rappresentato dalla preoccupazione del produttore, che per risolvere la situazione sa di poter contare sulla cinismo crudele di Sheperd, personaggio tramite il quale si definisce concretamente, nel finale, l’accusa all’industria cinematografica.

Non manca infine l’idea di un vero e proprio ribaltamento metafisico. Uno dei personaggi rimasti nella pellicola si chiede ad un certo punto: e se fosse una mera questione di semantica? Se fossimo noi la realtà e loro il sogno?

Locandina del film (1985)

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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