Immagine in movimentoArancia meccanica. Storia di una ricezione cinematografica

Roberta Vinaccia12 Dicembre 20191968 min

A Clockwork orange è un’opera che sa e dichiara di essere meta-filmica. La trama è costruita su ripetizioni interne e tutti gli eventi della prima parte nei quali viene coinvolto il protagonista si ripetono, capovolti, nella seconda parte della pellicola. Alex rappresenta la figura inquietante descritta dall’espressione gergale as queer as a clockwork orange, una frase che sta ad indicare qualcosa che appare normale e naturale in superficie ma che risulta inquietante e bizzarro se osservato al suo interno. Del resto tutte le ripetizioni della storia convergono in una forma narrativa perturbante, nel senso freudiano del termine. Come nel libro di Burgess da cui è tratta, la vicenda del film è ambientata in un’Inghilterra dell’immediato futuro e ha inizio al Korova Milkbar, locale notturno in cui Alex e i ragazzi della sua banda si riforniscono di Latte+ (“cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina”). Con una macchina rubata i ragazzi decidono di tentare un’incursione in una villetta fuori città. Una volta entrati in casa con i volti coperti, i ragazzi picchiano selvaggiamente lo scrittore che vi abita e violentano sua moglie. Ci interessa qui la famosissima scena dello stupro, in particolare il fotogramma in cui Alex si rivolge allo scrittore di cui sta per violentare la moglie dicendo: “guarda bene, fratellino, guarda bene.” Si tratta di una soggettiva. Lo spettatore vede ciò che in quel frangente sta vedendo il personaggio dello scrittore, dal suo punto di vista. Nei fotogrammi precedenti avevamo visto lo scrittore bloccato per terra con la bocca tappata, mentre Alex canticchiava Singin’ in the rain di Gene Kelly. Dal punto di vista dell’asse comunicativo la soggettiva dello scrittore diventa uno sguardo in macchina di Alex, e pertanto una diretta interpellazione del personaggio filmico allo spettatore: il “fratellino” è quindi lo spettatore-vittima, costretto ad assistere ad un’estrema violenza. Tuttavia si ha subito un rapido cambio di scena, perché lo stupro non appare nel film, lasciando comunque una fortissima inquietudine nel pubblico. Soggettiva e interpellazione si contrappongono, mentre il protagonista invita lo spettatore a vedere ma allo stesso tempo porta una maschera che nasconde la sua identità. Questa scena è decisiva anche perché anticipa ciò che verrà dopo: Alex, come sappiamo, sarà sottoposto alla Cura Ludovico, durante la quale sarà costretto ad assistere a filmati di grande violenza mentre a sua volta diventerà spettacolo per i carnefici col camice, ovvero i medici che hanno inventato tale “metodo di guarigione”, e che sperimentano su di lui indossando la maschere dell’uniforme medica. Tutta la scena della Cura è inoltre girata in quella che sembra la caricatura di una sala cinematografica. Qui il punto di vista di chi guarda si alterna a quello dello schermo, mentre Alex, spettatore e vittima, si trova al centro. La Cura Ludovico è il fulcro della trama ed appare in una scena molto significativa in quanto rappresenta la decostruzione filmica di ogni ricezione cinematografica, una destrutturazione dell’esperienza ricettiva vissuta dallo spettatore cinematografico.

Un’identificazione col personaggio non sembrerebbe dunque possibile; il film non è una storia sulla violenza ma è una spettacolarizzazione della violenza, calata in un’atmosfera del tutto distaccata e ironica che non sempre è facile cogliere per lo spettatore. Non a casa Kubrick traduce “treatment” il termine “technique” con ci Burgess aveva chiamato la Cura, intendendo proprio il trattamento in senso cinematografico. Arancia Meccanica è un film che si mette a nudo come ogni oggetto composito, come un montaggio totale, e lo fa in maniere molto sottile. Malgrado questo lo spettatore non è riuscito ad essere un osservatore esterno ma si è trasformato e ha vissuto un’esperienza quasi catartica; come Alex è costretto a guardare i filmati (cosa che lui ha scelto di fare), così lo spettatore ha scelto di vedere il film, chiedendosi quale sia il senso di una tale ricezione cinematografica. Nella scena dello stupro c’era già tutto: l’anticipazione di quello che verrà, l’invito ironico a “guardare bene” che mostra Alex come la nostra coscienza e la sua stessa caricatura. Se Arancia meccanica è uno dei testi filmici che meglio rappresenta e incarna la ricezione cinematografica, lo fa in maniera quasi nascosta, non evidente ad un primo sguardo, ma considerando in realtà tutti gli effetti (cognitivi, pragmatici) del caso. Com’è risaputo il film ha suscitato polemiche di ogni tipo, l’opera è stata censurata e accusata di fomentare casi di emulazione. Lo stesso Kubrick, che aveva ricevuto anche alcune lettere minatorie, è arrivato a vietare la proiezione del film nelle sale inglesi. Eppure questa storia sul cinema e sulla ricezione cinematografica è la storia della nostra coscienza, in cui universo immaginario e livello di senso di sovrappongono all’esperienza.

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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