Immagine in movimentoPrimi piani a contatto

Roberta Vinaccia20 Giugno 20194144 min

Di norma decidiamo di andare a vedere un film al cinema perché ci attira. Ci attirano i personaggi, i colori. La pulsione percettiva nasce dalla mancanza e dalla curiosità, dall’immaginario. Questa curiosità e questo bisogno di vedere si legano alla vicinanza illusoria con i personaggi e alla sensazione di essere parte di una storia.  Ma c’è un inganno, perché in realtà stiamo vedendo ciò che ha deciso il regista e lo accettiamo inconsciamente.

Lo spettatore si avvicina maggiormente al film in diversi momenti, ad esempio quando gli attori appaiono in primissimo piano, quando si vedono dei dettagli, quando il contatto diventa quasi fisico. Ad esempio, secondo alcuni studiosi, l’uso del primo piano sarebbe legato all’attenzione che aumenta, e fornisce materiale all’azione mentale. Il cinema può isolare un elemento (il teatro non può, o almeno non così immediatamente) e farlo diventare il centro dello spettacolo, mentre tutto il resto scompare. Chi guarda il film comprende l’importanza di quell’elemento, decisivo per la storia.

Gli spettatori delle origini consideravano il primo piano qualcosa di irreale e mostruoso, delle teste di dimensioni gigantesche staccate dai corpi. Ancora oggi esso rimane un’immagine difficile da interpretare; non ce ne rendiamo più conto ma ci rimanda ancora a quella originaria visione sconvolgente. La dimensione dell’immagine, molto banalmente, è dunque un altro elemento da cui dipende il rapporto tra film e spettatore.

Stati di alta partecipazione si hanno anche con tecniche quali la soggettiva, il flashback e il cinema nel cinema. Un campo lunghissimo, invece, sottomette lo spettatore con la sua vastità e lo allontana dalle figure umane (che diventano appunto piccolissime).

L’opera filmica si può dunque assorbire in diversi modi. Oggi non lo sappiamo più; è un processo psichico ormai dato per scontato. La realtà è che siamo all’interno di un percorso di acquisizione nel quale continuiamo a sorprenderci ogni volta.

Fotogramma del film Mulholland Drive, David Lynch (2001)

Roberta Vinaccia

Roberta Vinaccia si laurea in Filologia moderna con una tesi in Filosofia del testo, pubblicata poi col titolo "L’occhio che sente. Cinema e sintassi dello sguardo". Dopo il diploma come videomaker collabora alla realizzazione di video, lungometraggi e web serie, lavorando su numerosi set. Insegna Italiano nelle scuole superiori.

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