Immagine staticaUna luce contro natura

Sergio Marcelli2 Maggio 20192874 min

Il quadro è secondo Leon Battista Alberti la metafora di una finestra. L’opera d’arte è dunque la mimesi della realtà, che viene riprodotta in forma più o meno ideale ma comunque verosimile. Così almeno fino a quando, nell’Ottocento, la pittura inizia lentamente ad allontanarsi dalla rappresentazione figurativa, lasciando questo compito alla fotografia, nata da poco.

James Whale, Frankenstein, 1931.

Seppure si possa discutere ore sul significato filosofico di realtà, certo è che il grande potere evocativo della fotografia è proprio quello di tirarla in ballo. E difatti gran parte del lavoro di chi studia fotografia è rivolto proprio a questo: il calcolo dell’esposizione, il controllo del contrasto e via dicendo servono solo a rendere il fotogramma il più simile possibile all’esperienza visiva. Non è un caso se le luci in studio vengano date sempre dall’alto o al massimo di lato, rispettando la direzione della luce solare, ma mai dal basso, poiché così il risultato sarebbe contro natura. Ed è appunto contro natura che James Whale, nel 1931, decide di illuminare il mostro che torna alla vita dopo la morte – Frankenstein – scegliendo di sistemare la luce dal basso, quasi a voler rimarcare l’elemento alieno. Oggi un procedimento simile risulterebbe puerile, e probabilmente un direttore della fotografia che volesse farne ricorso farebbe più attenzione a renderlo plausibile. Però, quando Kubrick gira la scena di Shining con il protagonista allucinato che nell’albergo deserto se lo vede affollato, mentre appoggiato al bancone del bar discute con il barista, usa appunto una luce dal basso. Simile è pure l’illuminazione quando, sempre il protagonista, sfonda la porta con l’ascia per raggiungere la moglie che, barricata nel bagno, tenta inutilmente di scappare dalla finestra.

Stanley Kubrick, Shining, 1980.

In entrambi gli esempi il regista ha saputo fondere l’illuminazione con l’ambiente, rendendola così giustificata e camuffandola quel tanto che lo spettatore quasi non se ne accorge, ma l’effetto ottenuto comunque resta e anzi acquista forza proprio perché meno invadente.

 

Sergio Marcelli

Sergio Marcelli nasce ad Ancona nel 1971. Amante delle arti visive, si avvicina alla fotografia sin da bambino per approfondirla – dopo la maturità – con corso di visual design. Predilige il ritratto in studio, sperimenta l’uso della luce artificiale, lavora in medio o grande formato. Contemporaneamente si accosta all’audiovisivo, scoprendo una passione per il formato super 8. Appena ventiseienne inizia la carriera da insegnante, prima per una scuola di cinema promossa dalla Mediateca delle Marche, poi come docente di fotografia dell’Accademia Poliarte, dove resta fino al 2017. Nel 2000 si trasferisce a Berlino; qui entra in contatto del mondo artistico e realizza il suo primo cortometraggio che presenterà, nel 2007, al Festival Miden, in Grecia. Tornato in Italia nel 2004, lavora come fotografo commerciale pur continuando l’attività artistica e di ricerca. L’esperienza maturata gli permette di pubblicare, nel 2016 per Hoepli Editore, il Trattato fondamentale di fotografia, un manuale accolto con entusiasmo dal pubblico e adottato da diverse scuole di fotografica. L’anno successivo inizia la realizzazione di un documentario biografico prodotto da LaDoc Film di Napoli e centrato sulla figura del musicista FM Einheit. Nello stesso periodo diventa coordinatore dei corsi video del Marche Music College di Senigallia. Il suo lavoro di ricerca è presentato alla IX Edizione di Fotografia – Festival internazionale di Roma (2010) ed in diverse città italiane ed europee attraverso esposizioni personali e collettive. Di lui hanno scritto: G. Bonomi, C. Canali, K. Hausel, G. Perretta, G. R. Manzoni, M. R. Montagnani, e G. Tinti.

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