Immagine staticaLa vista, il falso amico del fotografo

Sergio Marcelli21 Marzo 20194135 min

Il modo in cui l’occhio registra le informazioni luminose è molto simile a quello di una macchina fotografica

Leonardo, Autoritratto, 1510-1515.
Leonardo, Autoritratto, 1510-1515.

Il modo in cui l’occhio registra le informazioni luminose è simile a quello di una macchina fotografica. L’obiettivo può essere associato al cristallino, il diaframma all’iride, la pellicola o il sensore alla retina, solo che poi l’immagine si forma nel cervello e quello che viene registrato dall’occhio segna solo il principio del processo percettivo. 

Se ad esempio con la vista distinguiamo gli oggetti tridimensionali, in una foto questi sono rappresentati attraverso il chiaroscuro ed il colore, e sarà la scelta dei rapporti cromatici così come dell’illuminazione a restituirne il corretto valore plastico. 

Si prenda la prospettiva aerea teorizzata da Leonardo: essa ci insegna che i colori caldi vengono assorbiti dal velo atmosferico che così li fa scomparire allontanando lo sguardo verso l’orizzonte. Porre in primo piano un soggetto di un colore come il giallo o il rosso può quindi restituire il senso di profondità di un’immagine. Tanto che questo semplice trucco è alla base di molte delle foto più riuscite di Steve McCurry, come il noto ritratto della bambina afgana, in cui il velo rosso spicca sul fondo verde. 

Steve McCurry, Ragazza afgana, 1984.
Steve McCurry, Ragazza afgana, 1984.

In secondo luogo la vista dà un’immagine definita solo al centro del proprio campo, per apparire poi confusa nella regione periferica, inoltre è dinamica, e cioè analizza continuamente le informazioni spazio-temporali. In altre parole ciò che osserviamo può essere pensato come il loro prodotto e non come la somma di tante immagini catturate dalla retina l’una dopo l’altra. 

Così, di un mazzo di fiori abbiamo una percezione ideale, frutto delle diverse angolazioni da cui lo osserviamo, mentre della foto che ne potremmo fare avremmo una forma finita, statica dove ogni petalo e ogni singolo elemento verrebbe visto in una chiave del tutto differente.

Infine la vista veicola informazioni del tutto estranee alla fotografia, quali l’equilibrio e l’orientamento, così una foto scattata dall’alto di un grattacielo non darà mai il senso di vertigine che vi si prova salendovi. 

Detto così tutto sembra molto scontato, ma queste sono alcune delle ragioni per cui certi scatti su cui si riponevano molte aspettative, una volta rivisti ci lasciano solamente tanto delusi.

Sergio Marcelli

Sergio Marcelli nasce ad Ancona nel 1971. Amante delle arti visive, si avvicina alla fotografia sin da bambino per approfondirla – dopo la maturità – con corso di visual design. Predilige il ritratto in studio, sperimenta l’uso della luce artificiale, lavora in medio o grande formato. Contemporaneamente si accosta all’audiovisivo, scoprendo una passione per il formato super 8. Appena ventiseienne inizia la carriera da insegnante, prima per una scuola di cinema promossa dalla Mediateca delle Marche, poi come docente di fotografia dell’Accademia Poliarte, dove resta fino al 2017. Nel 2000 si trasferisce a Berlino; qui entra in contatto del mondo artistico e realizza il suo primo cortometraggio che presenterà, nel 2007, al Festival Miden, in Grecia. Tornato in Italia nel 2004, lavora come fotografo commerciale pur continuando l’attività artistica e di ricerca. L’esperienza maturata gli permette di pubblicare, nel 2016 per Hoepli Editore, il Trattato fondamentale di fotografia, un manuale accolto con entusiasmo dal pubblico e adottato da diverse scuole di fotografica. L’anno successivo inizia la realizzazione di un documentario biografico prodotto da LaDoc Film di Napoli e centrato sulla figura del musicista FM Einheit. Nello stesso periodo diventa coordinatore dei corsi video del Marche Music College di Senigallia. Il suo lavoro di ricerca è presentato alla IX Edizione di Fotografia – Festival internazionale di Roma (2010) ed in diverse città italiane ed europee attraverso esposizioni personali e collettive. Di lui hanno scritto: G. Bonomi, C. Canali, K. Hausel, G. Perretta, G. R. Manzoni, M. R. Montagnani, e G. Tinti.

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